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N on si può negare che la con- giuntura negli Stati Uniti con- tinui a migliorare. Lo abbiamo visto dai dati di fine luglio sul prodotto interno, che è cresciuto del 4% su base annua, compensando abbondantemente la contrazione dell’inverno. Merito dei consumi, cresciuti del 2,5%, ben più di quanto fossero diminuiti nel trimestre in- vernale, e delle esportazioni. Il mercato immobiliare continua a pro- gredire e le vendite di case esistenti sono cresciute del 2,4% a luglio, al ritmo an- nuale di oltre cinque milioni di unità, mentre il numero di nuovi cantieri per l’edilizia abitativa riprende quota supe- rando il milione su base annua. Nel solo mese di luglio i cantieri sono aumentati di oltre il 15%, un bel balzo in avanti pur considerando il favore della stagione esti- va. Parallelamente, l’attività manifatturiera beneficia della crescita dei posti di lavoro, e una forte spinta alle ordinazioni di beni durevoli giunge dall’industria aeronautica. Ed è proprio grazie a queste componenti che il paniere degli indicatori che antici- pano la congiuntura, i cosiddetti leading indicators, è cresciuto di quasi l’uno per- cento a luglio, mentre l’indice che misura la fiducia dei consumatori raggiunge il valore massimo degli ultimi sette anni. Da questi indicatori di carattere previsio- nale si direbbe che i miglioramenti siano destinati a proseguire. La Federal Reserve, pur rallegrandosi dei progressi, non si sbilancia. Il rapporto sullo stato dell’occupazione, diffuso come di consueto all’inizio del mese, ha smor- zato un po’ gli entusiasmi. È vero che i nuovi impieghi a luglio hanno superato quota 200 mila, ma è un numero vicino al limite inferiore delle stime della vigilia, mentre la percentuale dei disoccupati è leggermente aumentata (dal 6,1 al 6,2%) dopo mesi di costante contrazione. Non è il caso di preoccuparsi, secondo la Fe- deral Reserve, ma nemmeno di gioire. Del resto, al giorno d’oggi, il compito del banchiere centrale è quanto mai arduo, ammesso che sia mai stato facile. Da alcuni anni i meccanismi che legano gli effetti alle cause sono sempre meno scontati: la politica dei tassi zero è sempre meno ef- ficace, le recessioni sempre più vicine una all’altra, i periodi di espansione sempre meno robusti. Dall’ultima riunione di fine luglio della banca centrale non è emerso granché di nuovo se non l’ennesima conferma di voler lasciare il costo del denaro là dove è, cioè vicino a zero, mentre traspare ancora una volta un certo disagio nei confronti della situazione occupazionale in generale. Dai verbali della riunione, infatti, si apprende che l’economia si avvicina progressiva- mente agli obiettivi a suo tempo delineati, sia riguardo al mercato del lavoro che al- l’inflazione, ma non al punto da mostrare i presupposti per un cambiamento di po- litica monetaria. Forse che troppo otti- mismo nei confronti della crescita rischie- rebbe di innescare una reazione negativa a catena su Wall Street, per timore di un nuovo corso nella politica monetaria? Un ciclo di rialzi sui tassi non entra nemmeno in linea di conto allo stato at- tuale, mentre tempi addietro questa sa- rebbe stata la normale evoluzione dei cicli congiunturali. Oggi per un mercato azio- nario in tendenza incontrastata, dove l’ul- tima correzione degna di tale nome risale a tre anni fa, questa è un’eventualità che in qualche modo spaventa. Basti pensare che già all’inizio di agosto la Borsa non aveva certo brindato alla no- tizia di una crescita trimestrale migliore delle aspettative, proprio per la paura che il momento in cui verrà meno il sostegno della Fed cominci ad avvicinarsi. Eppure, per quanto attiene agli utili delle imprese, non ci si può certo lamen- tare. Al termine del ciclo di pubblicazioni dei risultati, l’80% delle società ha pre- sentato profitti maggiori o in linea con le previsioni e i fatturati sono aumentati più delle stime in tre quarti dei casi. La correzione non è stata severa, ma per esaurirla e ritrovare la via dei massimi Gli utili aziendali superano le attese, tutti gli indicatori segnano il bello, con un sorprendente aumento del Pil del 4%. Eppure la Federal Reserve non gioisce, preoccupata dalla scarsa qualità dei posti di lavoro creati e dall’inflazione ancora anemica. Del resto meglio così: una Borsa ‘viziata’ da tre anni senza correzioni potrebbe reagire in maniera scomposta se si mettesse in conto un rialzo anche moderatissimo dei tassi. Janet non gioisce Alberto Vivanti, fondatore della Vivanti Analysis e vicepresidente della Swiss association of market technicians (Samt). osservatorio finanziario/mercati/Stati Uniti 82 · TM Settembre 2014 Prima di invertire la rotta della politica monetaria, per quanto in modo misurato e graduale, ci si vuole garantire un’economia solida, il più possibile al riparo dai rischi di ricadute 00 _ osservatorio.qxp_Formazione 02.09.14 13:17 Pagina 82